Muse 21/11/2009
Arriviamo piuttosto tardi. Aprono i cancelli. Corriamo.
Band spalla. Gente che fuma.
Qualcuno sviene ad Undisclosed Desires.
Al massimo volume. Al massimo volume.
Hei, magari il mio capolavoro saranno la mia vita, i miei ricordi. Nessuno oltre a me può essere a conoscenza delle correzioni che apporto a quello che scrivo. Forse i momenti che vivo io sono quello che mi aspetto di tirarmi fuori. Ho delle storie che vanno raccontate, il problema è come tirarle fuori. Mi piacerebbe far loro un regalo, magari prima di perdere il contatto. Una narrazione di eventi? Una narrazione di sentimenti? Di speranze? Solo dialoghi che danno vita a puri concetti, senza delineare l’aspetto materiale? Un’attribuzione materiale? L’espressione degli ideali? L’espressione di un periodo di speranza? Mi chiedo come dovrei rendere la loro storia. Più epica possibile? Più umana? Nomi? Iniziali? Voci? Parallelismo? Qualcosa in cui si possano riconoscere? Punto di vista? Esterno, interno col rischio di rendere il tutto irriconoscibile? Ho la sensazione di dover curare ogni singola parola. Il mio errore è di aver tentato di batterla a macchina. Quante cose si possono capire da uno screenshot? Mh, perdo pezzi per strada. Chissà se mi ricorderò come sono arrivato da “batterla a macchina” a “screenshot”.
Them bones
Periodo interrogativo. Non scrivo molto. Non succede nulla. Scopro cose nuove. Magari siamo una coscienza unica che ha esperienza di sè individualmente. L’immagine che WordPress piazza in alto a sinistra quando faccio il log-in mi sembra una svastica. Provo ad ascoltare musica nuova. I titoli dei post come al solito non sono minimamente correlati al testo. Ho letto il post sulla trapanazione. Mi vengono in mente paranoia e mescalina. Trovo che le divagazioni siano il pane della mente. O almeno, la flebo che tiene in vita la mente. Mah, scuola discretamente. Poco interesse. Forse trollare il prof durante le ore di cattolicesimo. Scaricato praticamente ogni singolo file disponibile su Bill Hicks. Guardato “Manos: The Hands Of Fate“, consigliato a tutti. Tutto è creazione della mia mente, forse? I mean, suvvia, Dio potrebbe essere parte di me. No such thing as reality. Documentato a proposito di Hegel e Schopenhauer. I soliti insulsi problemi, mi sembra di essere depresso, dopo due ore sono tutto allegro. Giornate alterne. Suicidio. Intraprendenza. Malinconia. Sensazione di calore all’altezza del mediastino. Sensazione di dover tirare avanti. Interessi. Reinstallata ArchLinux. Fucking love this system. Vedi i tag di qualche articolo fa. Il sistema non è quello Orwelliano. Palestra. Endorfine. Impressione di veder scorrere le vite degli altri davanti ai miei occhi. Abbandonato il vecchio sistema di pensiero. Arreso alla sensibilità. Spietatezza. Giocare con la propria vita. False promesse. Ascoltatevi The Downward Spiral dei Nine Inch Nails. Leggete il dannato testo. Ascoltatevi gli Alice In Chains. Dannata abitudine di mettere in maiuscolo ogni singola iniziale di album e gruppi musicali. Incompletezza. Tommaso in filosofia. Che noia. “Vedere tutta questa indifferenza di fronte al mio filosofo preferito mi irrita. Capisco però che forse voi siete troppo poco elevati per capire”. Mostri un minimo di interesse per un filosofo moderno. Catalogato a ragazzino bohemienne-alternativo-del-cazzo. Nah, forse non ha questo tipo di cultura. Raffreddore. L’aria fredda la sera mentre mi affaccio a chiudere le imposte. Il Satyricon di Petronio. Così parlò Zarathustra sul comodino. Magick di Crowley in arrivo. I biglietti dei concerti visti finora incorniciati. Non ho scritto post sugli ultimi due. Reminder. Motorhead (Biglietto strappato e magnificamente vissuto, stupendo) e Muse (Integro, inchiostro decisamente impallidito). La scuola non è il primo pensiero. È intelligente ma non si applica, 2009 edition. Imparato a trattare con il leggendario 187. Daily roll. Allucinazioni (macchie di luce che spuntano dal buio, figata). Camera da riarredare. Intermission dei Tool in loop per una buona mezz’ora. Persone che sembrano preoccuparsi per me. Persone che salvano altre persone, per attitudine propria. Non so se sia un dono o una maledizione. Lei che si allontana. Loro che si avvicinano. Qualcuno che mi delude, qualcuno che faccio contento. Qualcuno che non mi contatta se non necessario a fini propri. Uno dei tre gatti ha una zampa fratturata in più punti. Antibiotico. Mangia, beve, fa le fusa come se volesse rassicurarci. Si alza, cammina per brevi tratti dalla lettiera alla sua cuccetta dove dorme sempre. Spero solo si riprenda. Post che annunciano la vita dei blogger. Pollycoke che non scrive più. No, l’ultima frase no. Appena controllato. Un post da ieri. Chissà che ritorni. Word count: 524. Penso sia abbastanza.
Nomenclatura
Bill Hicks mi sembra tuttora una buona scusa per la poca lucidità con cui lego i titoli dei post al loro contenuto, forse soltanto perché quando comincio a scrivere non so ancora con certezza di cosa parlare, forse perché ho una stima delle mie capacità abbastanza avanzata e tanto nascosta quanto subdola che mi permette di iniziare senza cancellare il tutto dopo averlo riletto.
Ænima dei Tool mi sembra tuttavia troppo drastica per descrivere il periodo di 24 ore che caratterizza il mio metabolismo in questo mese.
Sono troppo poco triste e troppo poco arrabbiato, forse questo è l’influsso dei Turbonegro.
Eppure sento come se una velata aura di neutralità mi stesse avvolgendo, quasi al limite della mia sopportazione i cambi di atteggiamenti frequenti, e lo stato al limite del comatoso che mi assale durante l’inverno.
Nonostante tutto questo scorrere piatto del tempo, non riesco ancora a capacitarmi della mia insensatezza in certi ragionamenti, della mia strana euforia seguita a un periodo trenta volte più lungo di torpore.
Sono il Belacqua che prende in giro Dante, sono il Bukowski dopo la sbronza, sono il più cinico dei sadici, sono quello che alza le spalle dopo un rimprovero.
Dovrei scriverci un post su Ænima.
Dovrei scriverci un post sui Turbonegro.
Nihilism and empathy don’t get along very well
Dalla grande varietà di sentimenti che la natura ci ha gentilmente messo a disposizione, ne emergono alcuni per cui, da soli, vale la pena di (vivere / morire). Nello scrivere un articolo abbastanza spietato e distruttivo ci si aspetta soddisfazione, invece non è stato così. Non ti si scalda il cuore a distruggere le cose. Dicono possa essere parte del processo creativo, in ogni caso.
Ti si riempie il cuore, invece, a sentire che una persona ti sente vicino, si sente in grado di poterti comunicare stato d’animo e difficoltà. Il cuore sente di essere vivo quando qualcuno ti si siede accanto, ti chiede di essere ascoltato.
Ma ti chiedi se valga la pena di vivere per questo. Ti chiedi se cedere o no ai tuoi istinti, ti chiedi se veramente tutto questo va distrutto, arrivi a chiederti se la tua vita valga la pena di essere vissuta.
Forse è la prima volta che scrivo un articolo onestamente, non so se sto mentendo a me stesso. Forse, non lo saprò mai. Ho una dannata paura di quello che mi succederà se mi stacco. Ho una dannata paura di vivere.
Queste continue contraddizioni che si impossessano delle mie mani mentre scrivo sono soltanto un indice della tempesta che mi sta sconvolgendo, mi piace credere questo. Non so se affogarci, in ogni caso. Affogarci tirando fuori tutto quello che ne posso tirare fuori, se potrò.
Domani mi sveglierò e forse farò ancora l’avvocato del diavolo. Forse mi arrenderò a me stesso. Troverò mai il coraggio di tirare fuori questa tempesta senza farvi affogare tutti coloro per cui darei la vita?
Morals
È buffo, ad un osservatore esterno potrebbe sembrare che il freddo degli ultimi giorni mi sia penetrato dentro. Mi sono reso conto negli ultimi tempi di questo: una volta che si lascia andare la propria morale, tutto diventa più divertente. La morale che c’è in ognuno di noi è soltanto un insulto alla libertà.
La bellezza delle ragazze diventa vuota, loro stesse diventano oggetti. Ricerchi soltanto qualcuno che possa colmare il tuo vuoto interiore senza spezzarti il cuore.
Qualcuno che possa capirti, qualcuno che sia come te. Qualcuna che capisca, capisca che non sempre bisogna pensare alle proprie azioni. Qualcuno in cui tu ti possa riconoscere. Forse, semplicemente qualcuna che non si lasci spaventare. Qualcuno già stanco della vita che gli viene propinata ogni giorno.
Ironicamente, ogni essere umano sprovvisto di un’apertura mentale sufficiente diventa una bestia. Quei 2, 3 buchi da fottere. Nient’altro.
Apocalisse
Dopo bombardamenti, invasioni e vari eventi in cui muoio nei modi più fantasiosi, giustamente il mio inconscio è diventato ancora più creativo.
La stessa via, quella laterale alle scuole, al buio, come tutte le volte da un po’ di tempo. Ovviamente come quando succede qualcosa di spiacevole non ho le scarpe ed è buio. Gente che conosco, amici, una ragazza che conosco di vista. Vi mettete a correre ed arrivate ad un campo, noti che una cosa luminosa, a forma di scure, sta salendo in cielo. Sei tra due campi di grano, una cosa del genere. Grano basso però. Si apre il cielo. E – si, lo so, non è una grande novità – l’ascia si congiunge ad un disco volante. Eh, il problema è che il disco volante emette dei raggi violacei poco rassicuranti, altrimenti sarebbe stato anche simpatico. Dicevo, emette tali raggi violacei che regolarmente, quando toccano il suolo, causano prevedibili e devastanti esplosioni. Miseria. Qui comincia il fattore epico. Una specie di fuga frenetica e dannatamente particolareggiata (la paura di inciampare, l’essere coscienti di non avere nulla a protezione dei piedi, la paura di perdere di vista gli altri) che conduce i nostri eroi attraverso diversi tipi di vegetazione, che li spinge a cercare riparo dietro muri di case, che li vede scegliere per esclusione il percorso da seguire. Finché arrivi ad una casa che uno dei protagonisti conosce. Ti fermi, spalle al muro, a guardare la battaglia che l’aviazione ha ingaggiato con il disco volante. Tra le nuvole ed il fumo riesci a scorgere caccia in fiamme, detriti che si schiantano a pochi metri da dove ti trovi, fusoliere spezzate che precipitano in fiamme, tranciate da quella micidiale arma nemica. Vedi addirittura dei bombardieri coinvolti nello scontro, nel tentativo di spezzare le difese del nemico. Ad un certo punto non precipita più nulla. Ti prepari ad essere polverizzato, evidentemente il disco volante ha vinto, sarai spazzato via da questa vita e non potrai più fuggire dalla conquista del tuo pianeta da parte di una forza aliena e superiore.
E scoppiano dei fuochi d’artificio.
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* SCD *
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Ti volti a guardare quello che ti si è rannicchiato vicino.
“Speriamo la facciano anche domani, è stata proprio una bella pubblicità.”
Oh, god
Laggente che quello è uno sfigato, laggente che si considera ed è figa, laggente che cambiare la propria immagine di msn ogni due secondi.
Laggente che tanto a me la politica non interessa, laggente che non vuole saperne, laggente che figo quel tronista.
Laggente che perché non ti fai facebook, laggente che Studio Aperto, laggente che quello mi è antipatico.
Laggente che non chiede, laggente che l’inglese non serve, laggente che tanto non mi interessa l’estero.
Laggente che perché sforzarsi, laggente che più ho meglio sto, laggente che tanto va bene lo stesso.
Mormorio sommesso. Non so. Sono solo io?
Cioè, sono tutti lì davanti. Vedo più differenze fra me e loro che fra me e il mio gatto.
14092009000303
Ti alzi la mattina, piove. Ha piovuto tutta la notte, a dire la verità. Colazione con caffelatte, 4 o 5 cucchiaini di zucchero. Le 7 e mezza. Ti prepari a partire, arriva un messaggio. Piove. Prendiamo quello delle 10? Ci si era messi d’accordo per fare colazione con gli altri alle 9 e mezzo. Avevo anche detto che sarei andato presto. Anche lei sta a casa, piove.
Ok, allora passiamo a prenderti alle 9. Sermone sul fatto che l’influenza A può essere pericolosa. Niente baci o strette di mano. Non ne avevo sentito parlare, sarà che non guardo la televisione da due settimane oramai. Un minimo di disinformazione fa bene, dopotutto, almeno permette di non affogare nell’ultim’ora. Spruzza una quantità esagerata di acqua sul parabrezza per pulirlo. Piove. Arriviamo.
Mandi un messaggio agli altri, per favore? Sono senza soldi. Digli che anticipiamo un po’, ci troviamo alle 9 e un quarto. L’aria è frizzante, l’estate è stata già spazzata via. Imbocchi la Porta, noti il cancelletto del parco aperto. Le giostre bagnate mettono un po’ di tristezza. Per il breve tratto che porta dall’entrata ai portici rivolgi il viso al cielo. Grigio, nuvole, il sole non si scorge, il soffitto.
Li trovi fuori da una tabaccheria, partite insieme. Lei è con delle sue amiche, le perdiamo di vista. C’è il mercato, ci rechiamo al luogo dell’incontro. Vediamo passare tre della nostra stessa classe. Scuola comincia alle 10 e mezza, non alle 10. Stiamo andando a fare colazione, venite anche voi? Un attimo, la stiamo aspettando. Arriva lei, e arriva anche un messaggio. Sarà direttamente a scuola alle 10 e mezza.
Andiamo al bar duomo, ci sediamo. Siamo vicini agli altri, scherzano e ridono. Sportivo o cantante? Ordini un espresso e una brioche alla marmellata. Arriva lui, evidentemente passava di lì prima di andare a scuola. Si siede. Chiacchieriamo ancora un po’, nessuno guarda l’orologio, ad un certo punto, quando tutti hanno finito di mangiare, andiamo alla cassa. 1 euro e 90.
Durante il tragitto si mette di nuovo a piovere. Evita le pozzanghere, indaga i nuovi arrivati che stanno giusto uscendo dalla scuola. Arrivi fradicio, sebbene avessi con te un ombrello di quelli pieghevoli, utili soprattutto a prendere la pioggia. Entri in classe, almeno non siamo dislocati, penultima fila vicino alla finestra. Arriva la professoressa. Matematica. Ti ricorda il tuo vuoto colossale in materia.
Cambio, l’altra professoressa è nella classe vicina, arriva subito. Almeno lei non spiegherà, dice. Parliamo un po’, poi la conversazione si sposta e si divide fra tutti i gruppetti di amici, 4 o 6 banchi, che si sono già creati. Alcuni li hai visti la sera prima. Altri li hai visti 3 mesi prima. Non che ti siano mancati. Non sei nemmeno triste nel vederli. Né caldo né freddo. Forse un po’ di freddo.
Suona la campanella. Autobus fra 10 minuti, tocca affrettarsi, sei sulla via prima dell’incrocio. La ragazza vicino a te lo vede passare. Si mette a correre. Ma dai, si fermerà per un po’. Ma anche no. Corri. Pure il primo giorno di scuola ti tocca correre per l’autobus. E c’è l’autista antipatico. Ti siedi, posi l’ombrello di fianco. È andata anche bene, hai trovato da sedere. L’ombrello ti inumidisce la coscia. Guardi fuori.
Tiri fuori l’mp3, almeno ti puoi godere il viaggio. Hai l’impressione che una ragazza ti stia guardando. Alzi il volume, Led Zeppelin I. Le tracce scorrono fluide. Scopri che quella musica è adatta, semplicemente, a quella situazione. Un’armonica a bocca perfora la cuffietta. La chitarra ti strazia, mentre vedi il cielo che non accenna a schiarirsi. E se magari ti è sembrato che il paragrafo precedente avesse un che di comico, sappi che non è così.